La vita umana è caratterizzata dal continuo susseguirsi di eventi che generano reazioni di varia natura, spesso negative. Le emozioni, che si collocano al confine tra il fisico e lo psichico, rappresentano l’area primaria su cui gli eventi vanno ad impattare. E’ di esperienza comune ciò che viene chiamato con termini quali paura, o rabbia, cui si accompagnano modificazioni fisiche alcune delle quali vengono soggettivamente percepite, quali l’ aumento della frequenza cardiaca e respiratoria.
Nei casi in cui gli eventi possono essere controllati, la riduzione delle reazioni negative è direttamente connessa con la scomparsa dello stimolo che le causa. Nella restante parte dei casi, in cui la possibilità di incidere sulla realtà è scarsa o nulla, l’unica modalità di attenuare le emozioni negative passa attraverso il modo in cui ci si relaziona con esse. In altri termini, la sofferenza emotiva può essere ridotta, se non addirittura eliminata, agendo sulla realtà che la genera, ovvero agendo sulla sofferenza stessa.
Una persona in buone condizioni psicofisiche che si trovi di fronte ad un livello non particolarmente intenso di difficoltà reali è in grado di generare soluzioni per queste ultime e di regolare l’intensità della sofferenza emotiva, è quindi capace di adattamento. E’, in altri termini, in grado di rispondere adeguatamente alla sollecitazione degli eventi ed alla tensione, allo “stress” psicofisico che essi provocano (il termine “stress” viene dalla fisica e riguarda la tensione che un materiale subisce a causa dell’azione di una forza esterna che lo sollecita).
Ciò che usualmente viene chiamato stress riguarda la perdita delle capacità di regolazione fisiologica, emotiva e cognitiva: dalla condizione, attiva, di adattamento si è passati ad una condizione, passiva, di disadattamento. Una persona in condizione di stress, infatti, è invasa dalla sofferenza emotiva ed anche il suo pensiero assume connotazioni negative, pessimistiche, talora addirittura catastrofiche.
Perdere le capacità di regolazione, in sintesi, significa perdere il potere di influire volontariamente e positivamente sulla propria psiche che assume di conseguenza le caratteristiche di una minacciosa realtà “oggettiva”, esterna a sé, in quanto incontrollabile. Quando le emozioni ed i pensieri sono modulabili e sono percepiti come espressione della propria soggettività ogni essere umano si riconosce in essi.
Quando invece la capacità di modulazione è persa, è anche perso il sentimento di appartenenza di qualcosa di sè che, invece, diventa un oggetto incontrollabile e pericoloso. Un’ansia incontrollabile, ad esempio, spaventa tanto quanto un nemico reale e, inoltre, fa apparire la realtà più minacciosa di quanto non sia per davvero.
Un aspetto basilare delle tecniche di Mindfulness riguarda la consapevolezza del fatto che la mente è una entità mutevole, in cui pensieri ed emozioni si susseguono continuamente, e che è proprio la perdita della capacità di modulazione (leggi stress) a contribuire grandemente al persistere di stati mentali negativi che vengono paradossalmente trattenuti in quanto ritenuti oggettivi. In termini metaforici, si potrebbe dire che una nuvola, che lasciata a se stessa si trasforma e poi scompare, viene trasformata in una roccia inamovibile.
Ricollocare la mente “al suo posto” significa recuperare potere su di sè e quindi sulla realtà. Questo processo viene spesso definito con il termine inglese di empowerment: uscire dallo stress significa aumentare il potere di agire sulla realtà avendo aumentato il potere di agire su di sè. Tuttavia, per chi pensasse che il potere di agire su di sè passi attraverso un aumento del controllo volontario, è necessario esplicitare che la via corretta segue strade assolutamente differenti ! Infatti, seppure ciò possa sembrare paradossale, il migliore controllo su di sè passa attraverso l’accettazione di non poter controllare, ovvero attraverso la fiducia e la libertà del rapporto con se stessi.